Breve storia della tecnica

Questo sistema innovativo per il trattamento delle disfunzioni somatiche fu ideato da Lawrence Jones, DO, FAAO.

Jones definisce lo strain counterstrain come:”una procedura di riposizionamento passivo del corpo, che lo pone in una posizione di grande confort”.

In tal modo si allevia il dolore riducendo ed arrestando l’inappropriata attività propriocettiva responsabile della disfunzione somatica (1).

Dalla definizione è chiaro che il concetto dello strain counterstrain non è diretto alla lesione tissutale o al danno del tessuto ma all’aberrante riflesso neuromuscolare nel tessuto.

Nello specifico, le terminazioni primarie propriocettive sono considerate come produttrici di un falso messaggio al sistema nervoso centrale (SNC) e mantenitrici della disfunzione somatica. L’operatore influirà su questo sistema riposizionando passivamente il segmento in disfunzione del paziente verso una direzione di confort o facilità e distante dal dolore, dalle tensioni e dalle barriere di restrizione.

La posizione fatta assumere al paziente evidenzierà sicuramente un massimo accorciamento del muscolo interessato e dei suoi propriocettori con eventuale riduzione dell’impulso neuromuscolare, che scaricava a livelli elevati.

Lo strain counterstrain è una tecnica indiretta perché la sua azione è distante dalla barriera di restrizione (2).

Tender Points (Tp)

Jones ne mappa e descrive 200 in tutto il corpo.

I tp sul rachide e sulla muscolatura paravertebrale sono intimamente associati con l’area anteriore, ed i tp anteriori e pelvici sono intimamente associati con l’area posteriore.

Jones ebbe la sensazione che il 50% delle disfunzioni che producono algia posteriore nel paziente sono riconducibili alla parte anteriore del corpo. Trascurare tale aspetto può condurre ad un risultato insoddisfacente. Un’altra caratteristica importante dei tp a parte dalla loro utilità diagnostica, che è quella di essere uno strumento monitorante, attivabile sulla variazione di tensione palpabile sul tp, ed il feedback del paziente sull’aumentata o diminuita sensazione algica.

Bisogna mantenere il dito monitorante sul tp monitorando per il cambio di tensione, mentre con l’altra mano si posiziona il paziente in una postura di grande confort e relax. Si può procedere con successo anche solo interrogando il paziente mentre si sonda quale è la posizione verso cui dirigersi. Se la direzione è quella giusta il paziente può avvertire una diminuzione di tensione dell’area in esame. Attraverso una profonda palpazione monitorante, l’operatore è in grado di monitorare il tp, cercando la posizione ideale, quella in cui, cioè, si verifichi una diminuzione di tensione sul tp di almeno 2/3.

‘Trovare’ la posizione di rilascio in questo modo, mantenere tale posizione per 90 secondi e tornare alla posizione neutra molto lentamente sono le componenti maggiori della tecnica Strain Counterstrain.

Differenze tra Tender Point e Trigger Point

Una questione interessante riguarda la relazione tra i tender points dello Strain Counterstrain, i trigger points di Travell, i punti dell’agopuntura, i punti riflessi di Chapmann, i punti Shiatsu, ecc. Vi è indubbiamente una grande sovrapposizione di tali punti nella sensazione palpatoria del tessuto. Però vi sono due grandi differenze, secondo Jones.

La prima è che i tp dello Strain Counterstrain tendono ad essere più settoriali. Infatti i punti lungo il rachide, per esempio, individuano una disfunzione a livello vertebrale corrispondente. Negli altri casi si ha a che fare con aree sistemiche più estese del corpo e si tende a ad avere un approccio più olistico.

La seconda differenza risiede nella manifestazione attraverso i tp di una disfunzione neuromuscolare o muscolo scheletrica. I punti sono così usati per elaborare diagnosi e per monitorare l’efficacia del trattamento. Il trattamento non è diretto al tp, ma alla disfunzione che produce il tp.Se il trattamento è efficace il tp diminuisce in tensione, durezza e sensazione edematosa. Negli altri approcci il trattamento è diretto al punto doloroso stesso, attraverso infiltrazione, agopuntura, pressione profonda, stimolazioni elettriche e mezzi crioterapici.

Riassumendo, possiamo indicare nei seguenti punti i cardini della tecnica SCS.

  • Digitopressione
  • Ricerca  della posizione di confort e del tp
  • Compressione graduale di circa 90 secondi con accomodamento in posizione di confort e ricerca del mobile point, ovvero del punto di massimo rilassamento, aldilà del quale qualunque direzione di movimento incrementerà la tensione sotto il vostro dito monitorante.

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Trigger points e Tender points: Sintesi delle metodiche di trattamento manuale tramite digitopressione

Trigger point:  generalmente trattati in allungamento del muscolo

  1. Messa in tensione del muscolo colpito per far ‘emergere’ la taud band, cioè nella direzione opposta a quella della contrazione muscolare;
  2. Identificazione per mezzo di palpazione;
  3. Digitopressione ischemica a cicli di 7-10 secondi cad. (può essere associata a mobilizzazione passiva durante il trattamento);
  4. Fase di riposo;
  5. Ripetizione dei punti “3 e 4”;
  6. Test

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Tender point:  generalmente trattati in accorciamento e/o compressione del muscolo

  1. Identificazione dell’area per mezzo di palpazione, digitopressione e mantenimento (90 secondi);
  2. Spostamento del distretto in trattamento fino al punto di confort (minor dolore) mantenendo la pressione;
  3. Il punto fisso durante la mobilizzazione lenta diventerà mobile, pertanto andrà seguito ma ricercando sempre l’area meno dolente;
  4. Attesa della risposta di autonormalizzazione corporea e ripetizione dei punti precedenti;
  5. Ripristino lento e graduale della posizione neutra del distretto di interesse;
  6. Test

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(1) In ambito osteopatico la disfunzione somatica è sinonimo di lesione (osteopatica), e si verifica allorché le alterazioni funzionali a carico dei sistemi osteo-articolare, circolatorio, nervoso ecc. superano la cd. barriera di restizione (o barriera patologica) che, in uno stadio non identificabile ancora come lesione, evidenzia un riduzione delle normali funzioni fisiologiche (nel caso della mobilità articolare ciò equivale a evidenziare un basso ROM (Range of Motion), ovvero un ridotto grado di flessibilità articolare).

(2) v. n. 1.